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Archeologia

Nel 1994 stavo cominciando a pensare cosa avrei fatto da grande (una volta andato in pensione di lì a circa 5 anni), e decisi per un'attività che possedesse certe caratteristiche:

  • Un interesse teorico trascurato, che comportasse però anche
  • Un certo impegno a livello muscolare, per mantenermi fisicamente in forma

L'archeologia mi sembrava averle. In giugno lessi sul Corriere della Sera un trafiletto che annunciava un incontro presso il Gruppo Archeologico Milanese (G.A.M) in via Bagutta per la presentazione delle loro campagne di scavo estive, aperte all'adesione di volontari paganti.

Mi iscrissi per la prima delle due campagne di 15 giorni in programma a Rossilli-Gavignano, un paesino collinare con meno di 2.000 abitanti circa 50 Km a SE di Roma, con un sito vergine da scavare ex-novo, avendo in mente immagini romantiche tipo tomba di Tutankhamon.

Per impegni di lavoro, potei raggiungere la località solo il giovedì, 3 giorni dopo l'avvio della campagna all'inizio di agosto. Procedendo in autostrada verso Roma, vedevo i pannelli del TrafInform riportare temperature vieppiù crescenti, fino ai 36°C.

Il Comune di Gavignano aveva aderito entusiasticamente all'iniziativa, nella probabile speranza di ricche ricadute turistiche succesive, e aveva messo a disposizione dei volontari milanesi:

  • La scuola elementare come ostello
  • Il cuoco della scuola per i pasti
  • Lo scuolabus per il trasporto a valle al sito di scavo

Al mio arrivo venni accolto dal responsabile, che mi mostrò l'aula ove avrei avuto il mio giaciglio, affollata da una banda di vocianti e odorosi giovanotti. Fortunatamente avevo adocchiato un'aula adibita a deposito di brande e materassi, dove ottenni di potermi sistemare in "singola" adducendo motivi di fumo e altre peculiarità personali anti-collettive.


La tessera rilasciatami dal G.A.M.


L'ubicazione di Gavignano

Il mattino seguente sveglia alle 7, colazione alle 7:30 e mio debutto allo scavo, ove scoprì con orrore che si lavorava dalle 8 alle 16 nei giorni dispari, e dalle dalle 8 alle 12 nei giorni pari, per il caldo.

Il sito era ubicato su una collinetta in pianura sulla Via Latina, ove era presente una fattoria presumibilmente eretta sui resti di un'abbazia mediovale (Santa Maria):

Il sito era suddiviso in due zone:
  1. Zona medioevale/abbaziale: sull'aia della fattoria.
  2. Zona romana: sulla pendice sud-est della collinetta, ove affiorava dal terreno il pezzo superiore di una piccola semicupola, che pareva essere i resti di un ninfeo.

Scelsi di lavorare nella zona romana, e scopersi che il lavoro "in situ" consisteva nell'alternarsi a turno in attività di:

  • Picconatore (rottura del terreno)
  • Sbadilatore (asportazione del materiale di scavo)
  • Setacciatore (vaglio del materiale di scavo, alla ricerca di reperti)
  • Scarriolatore (rimozione del materiale di scavo già vagliato)

Il tutto sotto il caldo sole d'agosto (35°C senza un briciolo d'ombra). Solo alle ragazze era concessa un'attività leggera di spazzolatura dei muri venuti in luce (comunque, una ragazza dovette essere ricoverata in ospedale giorni dopo per un colpo di sole). Solo un pomeriggio mi riuscì di imboscarmi nella scuola elementare, aiutando nel lavoro di pulizia, cernita e catalogazione dei reperti di scavo.

Risultati della mia faticaccia? Il ninfeo, scavato faticosamente fino a circa 1,5 m di profondità, si rivelò una misera struttura isolata, e poi? Prevalentemente COCCI di ceramica sigillata e non! Niente Tutankhamon.

Un giorno ricevemmo la visita di funzionari della Soprintendenza di Roma, venuti a osservare il risultato dei nostri sforzi e a prendere alcune foto, e mi resi conto che le autorità ufficiali lasciavano di buon grado che i gruppi volontari si occupassero delle prospezioni di siti poco promettenti.

Tre giorni prima della fine del nostro turno di scavi, facemmo finalmente una scoperta nella zona medioevale, ove erano stati riportati alla luce resti dei muri dell'abbazia. Due scheletri !

  1. Uno umano, con le braccia conserte sul petto e scarsissimo corredo funerario (vedi foto sotto).
  2. Uno bovino, allo stesso livello stratigrafico e quindi coevo, a una distanza di una decina di metri.

L'ipotesi più attendibile fu che lo scheletro umano fosse appartenuto a un monaco, il cui saio, sandali, cintura e croce lignea si erano ovviamente disgregati nel tempo.

Ma perché lo scheletro bovino? La MIA ipotesi fu che il bovino fosse morto di crepacuore per il decesso del monaco preferito (o magari viceversa?).

Devo comunque ammettere che non mi ero mai sentito fisicamente così bene come nel periodo successivo ai questi miei lavori forzati.

Relazione della Campagna di Gavignano
Pubblicata su ARCHEOLOGIA, il periodico dei Gruppi Archeologici d'Italia:

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