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Traduttore Tecnico

A fine novembre 1967 notai un annuncio, ripetuto per due giorni consecutivi, che pareva fare al caso mio.

L'inserzionista era la VISTER (Vismara Terapeutici), un'industria farmaceutica di Casatenovo Brianza (CO) da poco acquisita dalla multinazionale americana Warner Lambert e perciò nella necessità di tradurre e inviare negli USA i propri metodi di produzione e d'analisi.

I Vismara sono la dinastia proprietaria dell'omonimo salumificio, e nel secondo dopoguerra avevano creato proprio dirimpetto la VISTER per un figlio che non voleva occuparsi di salumi - pur usando alcuni residui di macellazione dei maiali, quali i fegati, come materie prime per le sue specialità farmaceutiche .

Risposi all'annuncio, fui convocato il 7 dicembre per un colloquio conclusosi positivamente, e il 16 gennaio 1968 mi venne comunicato ufficialmente che sarei stato assunto a partire dall'1 febbraio.

Casatenovo é 25 Km a NNE di Milano, ma ormai possedevo da 3 anni una FIAT 500 che rendeva la trasferta in Brianza assai meno scomoda della precedente a Castellanza.


Inserzione del 26/27-11-1967
sul Corriere della Sera


La mia FIAT 500 nel febbraio 1967,
ammaccata dopo un incidente stradale

Mi trovai così a lavorare alle dirette dipendenze di John Porada, il rappresentante locale dei nuovi padroni americani, che aveva anche l'incarico di progettare un nuovo stabilimento da costruire nei pressi di Latina, in zona già Cassa del Mezzogiorno. Per inciso, alla VISTER ebbi modo di rivedere diversi ex compagni di scuola.

  
La sede della VISTER a Casatenovo - Colleghi ed ex compagni di scuola alle bocce

Il clima euforico iniziale cominciò però a deteriorare gradualmente nel tempo, con la chiusura di alcuni reparti e l'annullamento del progetto laziale, che tra l'altro avrebbe dovuto offrirmi una nuova mansione al termine del mio lavoro di traduzione.

Quindi, a partire dal settembre 1968, nuove consultazioni delle offerte di lavoro sui quotidiani.

Una Strana Società Farmaceutica

La VISTER non esiste più da oltre 30 anni, quindi mi sento ormai libero di raccontarne alcuni aneddoti, anche tenendo conto della prescrizione di alcune sue 'distrazioni' di anni fa.

La società aveva al suo interno anche un Istituto di Ricerche sugli Steroidi che all'epoca stava tra l'altro lavorando sulla messa a punto della pillola, l'anticoncezionale non ancora permesso in Italia ma che si sapeva di futura autorizzazione. Interessato all'argomento, a una mia richiesta di spiegazioni sul suo funzionamento un dirigente medico mi rispose: "Si tratta di instaurare una situazione tipo gravidanza, con ormoni estrogeni e progestinici."

I dosaggi erano allora piuttosto massicci, e la preparazione di partite di prova di compresse provocò un'epidemia di ginecomastia maschile (crescita dei seni ) tra i virili operai brianzoli del reparto pastigliatura, ove l'impianto di abbattimento delle polveri era evidentemente alquanto inferiore alla bisogna.



Più complesso il caso del prodotto di bandiera aziendale (circa 1/3 del fatturato nelle sue diverse varianti), il ricostituente Hepavis a base di vitamina B12 (cianocobalamina, il fattore antianemico).

Una mia prima difficoltà fu quella di trovare un equivalente termine inglese per ricostituente, concetto da noi ben noto perché a primavera le nostre mamme spesso insistevano per farci fare "una bella cura ricostituente", probabilmente perché eravamo un pò magrolini e pallidi a seguiti delle carenze alimentari del primo dopoguerra e la vitamina B12 stimolava la produzione di globuli rossi.

Mi pareva quindi strano che tale importante concetto non fosse analogamente presente nel mondo anglosassone, e mi dovetti accontentare di "tonic", termine non altrettanto significativo semanticamente.

Un giorno vidi facce preoccupate tra i dirigenti, e chiesi cosa stesse accadendo: mi fu risposto che avevano saputo che il Ministero della Sanità stava prelevando campioni di Hepavis nelle farmacie per dei controlli. E allora? "Niente, una seccatura burocratica."

Un mese dopo le facce erano invece sorridenti e, a una mia nuova domanda, nell'euforia del momento mi fu imprudentemente risposto che avevano appena ricevuto i risultati di uno studio commissionato alla Facoltà di Chimica dell'Università di Milano, confermante che non era possibile discriminare analiticamente tra vitamina B12 di origine naturale e vitamina B12 sintetica.


Una pubblicità Hepavis, anni 50

In effetti, traducendo il metodo di produzione dell'Hepavis, avevo notato che veniva effettuata un'aggiunta di cianocobalamina e idrossicobalamina, ma il loro quantitativo era espresso in Unità Internazionali di cui ignoravo l'equivalente in peso - avevo anche notato nel magazzino materie prime molti sacchi di juta con sovrastampato Cyanocobalamin, di provenienza romena.

Cos'era successo?

  1. La farmacopea italiana riconosceva ai farmaci di origine naturale un prezzo al pubblico molto più alto di quello per i farmaci sintetici ad equivalente dosaggio di principio attivo, forse per un'ipotesi di più benefico sinergismo.
  2. Col passare degli anni, il tenore di vitamina B12 ricavabile dai fegati di maiale provenienti dal vicino salumificio era sceso quasi a zero, probabilmente per i nuovi regimi alimentari dei suini da macello.
  3. Tale carenza veniva compensata sinteticamente.
  4. La società poteva quindi continuare quasi tranquillamente - salvo improbabili ispezioni dello stabilimento - a vendere l'Hepavis come farmaco di origine naturale a prezzo maggiore .

Tale esperienza generò allora una certa diffidenza per l'assunzione di farmaci, che mi é rimasta tutt'oggi .

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