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Assistente Ricercatore

  

Dopo aver conseguito il mio diploma di Perito chimico industriale, l'1 ottobre 1962 venni assunto dell'allora Montecatini - la principale industria chimica italiana - con un primo periodo di prova di 3 mesi da trascorrere al suo Centro di Formazione Professionale a Milano e uno stipendio lordo mensile di £ 75.000.

Completato positivamente il tirocinio, l'1 gennaio 1963 fui assegnato all'Istituto di Ricerche e Applicazioni Resine (IRAR, successivamente Centro di Ricerche sulle Resine (CRR) a Castellanza (VA), il primo mese nel laboratorio applicativo laminati plastici sul prodotto Lamelite (resina ottenuta da formaldeide e melammina) e poi nel laboratorio applicativo collanti ureici sul prodotto Xilocolla (resina ottenuta da formaldeide e urea).


IRAR/CRR, dai 19 ai 21 anni

Le resine termoindurenti di cui mi occupavo erano usate nell'industria del legno per la produzione di pannelli truciolari, compensati, tamburati, ecc. Il mio lavoro consisteva principalmente nella caratterizzazione applicativa dei nostri collanti (di produzione e sperimentali) e di quelli della concorrenza (in particolare, le Kaurit e Kauramin della BASF che cercavamo infruttuosamente di copiare ), con prove di stabilità, resistenza a trazione, ecc.


Colleghi IRAR/CRR

Presse per creare compensati e pannelli truciolari

Laboratorio IRAR/CRR

Non era un lavoro molto entusiasmante; anche la distanza (33 Km da fare in Vespa 125 con ogni tempo) e una pessima mensa contribuivano a rendermelo sempre meno gradito e a svilupparmi un'antipatica gastrite da stress.

Dal lato positivo, nel nostro laboratorio il solito odore di reagenti chimici era ingentilito da aromi di essenze legnose (pioppo, robinia, mogano, ecc.) e di farine vegetali (ad es.la vavanite, polvere finissima ricavata dai gusci di noce di cocco) usate come eccipienti dei collanti. Nel laboratorio accanto al nostro la ricerca era invece sulle resine a scambio ionico per la demineralizzazione dell'acqua, con batterie di cilindri gocciolanti che stimolavano i colleghi a frequenti visite al bagno .


Vespa 125 Piaggio

La crisi risolutiva giunse un venerdì pomeriggio di metà luglio dl 1964, quando avevo già deciso di partire la sera per trascorrere il fine settimana al mare, in Liguria. Nel nostro laboratorio ormai semideserto spuntò il nostro capo di secondo livello Ing. Morini che, guardatosi intorno, mi disse di seguirlo. Mi condusse nel sottopassaggio che collegava alla zona dello stabilimento dall'altro lato della strada provinciale, e quindi davanti a un grosso serbatoio di stoccaggio.

A questo punto mi disse: "Floriani, domattina arriverà dal nostro stabilimento di Novara un carro ferroviario con 25 tonnellate di soluzione d'urea".

Vedendo la mia perplessità alla notizia, aggiunse: "Lei verrà domani e domenica, ogni ora farà una rilevazione di temperatura della soluzione, e ogni due ore ne preleverà un campione di 250 cc che porterà al laboratorio d'analisi".

Il sabato mi recai al lavoro, ma la sera partì per il mare. Il lunedì mattina fui convocato in direzione ove il Vice Direttore Dott. Werthammer - napoletano nonostante il cognome tedesco - mi comunicò che le mie dimissioni sarebbero state gradite, senza obbligo di osservare il consueto periodo di preavviso di 1 mese.


Lo stabilimento di Castellanza

Risposi che avevo già pronta da parecchio tempo la relativa lettera, e così lasciai il mio primo lavoro, con un grande senso di sollievo e una liquidazione che mi permise di fare una vacanza al mare di 3 settimane , e la liquidazione di acquistare una racchetta da tennis Maxima e una penna stilografica Aurora 88.

  

La Ricerca Chimica negli Anni 60

Nel nostro laboratorio si svolgeva anche un'attività di 'ricerca e sviluppo' sui collanti ureici, principalmente cercando di copiare quelli tedeschi e americani, assai migliori dei nostri.

Il caso delle nostre resine termoindurenti era obiettivamente più complesso rispetto a quello delle resine termoplastiche.


Diversa reazione al calore delle resine termoplastiche (sopra: fusione) e termoindurenti (sotto: degrado)

Una volta solidificate, le termoplastiche si presentano come fasci di polimeri a lunga catena somiglianti a un pacco di spaghetti, tenuti insieme da deboli legami di Van der Waals e quindi a basso punto di fusione. Al contrario, i polimeri termoindurenti hanno una più robusta struttura tridimensionale e sopportano calori molto più alti, alla fine non fondendo ma carbonizzandosi - solo una complesssa e costosa cristallografia a raggi X può tentare di analizzarne la struttura spaziale una volta induriti.

Il nostro approccio sperimentale era quindi più 'culinario' che scientifico, del tipo:

"Proviamo ad aggiugere un pò di questo e di quest'altro, e vediamo cosa succede."

Tipicamente, le nostre nuove 'ricette' iniziavano con piccoli quantitativi (500 ml) seguiti da una caratterizzazione applicativa. Se questa dava risultati promettenti, seguiva una prova semi-industriale più consistente (250 litri) che solitamente dava risultati meno positivi e veniva perciò abbandonata, senza però buttarla via: veniva invece aggiunta alle partite di Xilocolla di normale produzione.

La mattina di un freddo lunedì di febbraio suonò il telefono del Dr. Sabbatini, il nostro capo d'allora, che rispondendo andava mostrando un'espressione sempre più cupa e preoccupata.

Era uno dei nostri migliori clienti, la ABET di Bra (CN): comunicava che all'inizio della giornata di lavoro non usciva più colla liquida dagli ugelli dei loro spruzzatori e che un'ispezione delle tubature aveva rivelato che la nostra colla si presentava di consistenza marmorea, concludendo che, se non avessimo immediatamente rimediato alla situazione, avrebbe disdetto tutti gli ordini in essere e cambiato fornitore.

Presumibilmente il guaio era stato causato dall'aggiunta di una delle nostre ricette 'andate a male'. Dopo aver riattaccato, il Dr. Sabbatini si precipitò a raccogliere una squadra di tre operai, li munì di martelli e scalpelli e partì seduta stante in auto alla volta di Bra .

Le Relazioni Industriali negli Anni 60

L'atmosfera dei rapporti tra datori di lavoro e dipendenti in Italia era all'epoca piuttosto cupa, da padrone delle ferriere ottocentesco. Ecco alcuni aneddoti significativi del periodo.

A Castellanza impiegati e operai avevano ingressi/uscite separati, e gli operai erano tenuti, uscendo, a tirare la leva di un dispositivo chiamato Imparziale, attivandone a caso la luce verde o rossa: con luce rossa, l'operaio veniva sottoposto a perquisizione.

Un operaio anziano del mio reparto commise una sera la stupidaggine di mettersi in tasca un paio di sacchettini di plastica: all'uscita fece accendere la luce rossa, fu perquisito e licenziato in tronco per un furto del valore di poche lire.


Un dispositivo "Imparziale"

La sede centrale della Montecatini era a Milano, in un edificio di via della Moscova che occupava un intero isolato.

Gli ingressi per gli impiegati erano sugli altri tre lati, e mi fu raccontato come grande conquista sindacale l'aver ottenuto che tali ingressi non venissero più sbarrati alle 8:45 da una saracinesca che impediva qualsiasi accesso fino alla sua riapertura alle 12:30, facendo così perdere mezza giornata di lavoro a chi fosse arrivato con 15 minuti di ritardo sull'orario ufficiale.


L'ingresso dirigenti della sede centrale

La sede centrale aveva un'altra curiosa caratteristica: gli ascensori a ciclo continuo, sprovvisti di porte e con una serie di piattaforme in costante, lento movimento sui quali balzare per scendere o salire di piano.

Sul pianerottolo di fronte all'ascensore v'era ad ogni piano la scrivania dell'usciere, al quale ogni impiegato doveva esibire il permesso firmato che lo autorizzava formalmente a spostarsi da un piano all'altro dello stesso edificio.

All'epoca le relazioni industriali erano improntate a uno stile "padrone delle ferriere" di tipo ottocentesco, non c'é da meravigliarsi se a partire dal 1968 il pendolo si mosse in senso diametralmente opposto .



Un ascensore a scorrimento continuo
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